Lo spilungone del campetto: Luca Toni ed un ritiro silenzioso

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Che si giochi a calcio a 5, a 7, a 8, a 11, quando c’è uno spilungone che gioca centravanti, si tende a chiamarlo, scherzosamente o meno, Luca Toni. Avviene da almeno dieci anni a questa parte. Non ci si rende conto di questo, non ci si pensa su, è un qualcosa che viene semplicemente spontaneo. Nonostante si tratti di appellativi burleschi, penso che tutto ciò che entra nel senso comune di una società, nazionale o internazionale che sia, sia un qualcosa di importante. Da analizzare direi. Perché Luca Toni non è stato soltanto un giocatore di calcio, che ha segnato tantissimi gol in carriera. Toni è entrato nelle nostre vite di tutti i giorni, è entrato non soltanto nella storia del calcio, ma nella sua quotidianità. Non che sia il primo, né l’ultimo. Esistono altri personaggi, calcistici e non, che hanno avuto ed hanno tutt’ora lo stesso potere: si pensi agli attaccanti alla Inzaghi o alla classica frase “e chi è questo, Maradona?” o, per parlare di atletica, a “è veloce come Bolt” o ai tiri alla Curry nel basket. Ce ne sono tanti, molti di più di quelli da me citati, di sportivi di questo tipo. Luca Toni rientra a pieno merito fra questi e ciò è indicativo di quanto abbia inciso all’interno del calcio italiano. Premesso che se mai capiterà nei prossimi anni un attaccante che abbia le caratteristiche fisiche di Toni e segni valanghe di gol, probabilmente il nome del buon Luca non verrà più usato nei campetti, vorrei ricostruire il perché questo attaccante sia diventato così importante in Italia. E nonostante ciò, poco considerato dai media italiani.

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Luca Toni ha delle caratteristiche ritrovabili in molti attaccanti italiani: dalla Serie A alla Terza Categoria, c’è sempre stato quello alto col gran fisico davanti, che fa a botte coi difensori e che viene cercato insistentemente con le palle alte. Come c’è anche sempre stato quello bassino tecnico che fa la differenza con i suoi dribbling nello stretto. Sono tutti ruoli che però vengono portati al massimo livello da certi giocatori, che dunque risultano esempio per i loro “simili”. Luca Toni, con 274 gol su 547 presenze, è sicuramente stato il più forte in Italia, almeno negli ultimi 20 anni, in questa specifica interpretazione del ruolo di centravanti. Una marea di gol, unita ad una favolosa quantità di lavoro per la sua squadra: ciò lo ha reso un giocatore “capace di fare reparto da solo” e spesso apprezzato di più rispetto a coloro che fanno solo gol. Eppure Toni sboccia tardi, viene dato per finito presto e dunque vince poco. Due Bundesliga, due Coppe di Germania ed il trionfo più bello, la Coppa del Mondo. Anche se forse, a livello di singolo, il suo risultato più grande fu quella classica cannonieri vinta all’età di 38 anni la stagione scorsa, un record difficilmente riproducibile.

E’ opinabile la tesi secondo cui i media non hanno mai stravisto per lui, non lo hanno mai esaltato quanto dovrebbe. D’altronde di Toni se n’è parlato, eccome. I suoi gol obbligavano i giornali italiani a raccontarne le gesta. Tuttavia, al suo ritiro, non c’è stata la campagna di nostalgia mediatica che si è potuta notare nel caso di altri giocatori. Si pensi ad un Del Piero o ad un Maldini. Inoltre Toni viene sempre considerato un gradino sotto tutti questi giocatori e spesso ci si dimentica di citare il suo nome fra quelli dei migliori attaccanti italiani. Il perché non è troppo difficile a comprendere. Luca giocava in maniera troppo tipica, troppo comune e non sembrava portare ad una reale evoluzione del suo ruolo, da così tanti già interpretato (anche se con esiti variabili). Inoltre l’opinione pubblica tende ad adorare chiunque abbia certe capacità tecniche, qualità che non apparteneva al bomber italiano. Poi, Toni non ha mai trovato il suo habitat, girando moltissime squadre e non potendo diventarne bandiera. Questo è sicuramente un punto a sfavore nell’immagine che un giocatore si costruisce intorno a sé, come lo fu per Vieri e come non lo fu per Inzaghi. Per andare controcorrente, va aggiunto che è universalmente più difficile segnare in squadre diverse piuttosto che rimanendo sempre nella stessa. Per concludere, il ritiro avviene a Verona: non proprio una piazza con un mordente mediatico eccezionale, non proprio Milano o Torino.

Per tutti questi motivi, Toni è l’esemplare simbolo dell’attaccante boa, ma non ne ha ricevuto il riconoscimento mediatico che forse avrebbe meritato. Forse si potrebbe dire “giusto così, non bisogna inneggiare qualsiasi giocatore che si ritiri”. Si tratta di opinioni, ma il valore che ha avuto Toni sul pubblico italiano rimane qualcosa di straordinario. Sperando non venga sostituito dal Pellè di turno.

Alfredo Montalto

 

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