Cos’è davvero il Fair Play Finanziario?

La necessità di avere un Fair Play Finanziario

Dalla sua prima introduzione nel 2012, il Fair Play Finanziario è stato sin da subito ostracizzato e crocifisso da un’opinione pubblica spesso troppo poco informata. Le misure UEFA, varate nel 2008 dagli organi Uefa e dall’associazione dei grandi club europei (ECA), guidata da Karl-Heinz Rummenigge, si sono rese necessarie in seguito al biennio 2009-10, 2010-11, gli anni della grande crisi europea. Alla fine di queste due stagioni, i club partecipanti alle competizioni UEFA “vantavano” una perdita cumulata di oltre 7 miliardi di euro. Il Fair Play Finanziario nasce dunque con un solo obiettivo: salvare il calcio. Un sistema di regole finanziarie a cui i club sotto l’ala dell’UEFA devono rispettare, senza cercare la tanto comoda via di fuga.

Franois Hollande riceve Michel Platini al Palazzo dell'Eliseo per l'organizzazione di EURO 2016 in Francia

©Vincent Isore/IP3 ; Paris, France June 10 2015

Il principio di sostenibilità

  • I club devono spendere non più di quanto abbiano ricavato.
  • I club devono tagliare l’indebitamento netto, applicando maggior rigore sugli acquisti. Ad essi è consentita una maggior flessibilità in ottica “infrastrutture”.

Proviamo a spiegare questi due punti. Il primo si muove verso il concetto del break-even rule, termine ultimo e punto d’arrivo del progetto di Platini. Si tratta del pareggio di bilancio, tanto caro in ambito economico, poco rispettato nel grande sistema calcio. Fino all’emanazione delle norme, il pareggio di bilancio era visto come un’utopia, sacrificabile in seno alla massimizzazione dell’utilità – ottenuta mediante i successi sportivi – di un club. In Italia nei primi anni Novanta, le società calcistiche riuscivano a spendere oltre il 90% dei propri ricavi alla prima voce d’uscita del bilancio, gli stipendi. Oggi, con il Fair Play Finanziario, le società non possono utilizzare più del 70% dei propri ricavi per pagare gli stipendi dei propri dipendenti in ogni settore in cui essi siano impiegati (dal magazziniere all’amministratore delegato…).

Il secondo punto prevede una biforcazione interessante: ai club si richiede maggior oculatezza nella gestione degli acquisti, ponderando dunque l’investimento (occorre sapere che Platini rimase parecchio scottato dal trasferimento di Cristiano Ronaldo al Real per la cifra record di 94 milioni di euro). Ancor più interessante, però, è il secondo punto: le infrastrutture. Il Fair Play Finanziario asseconda le aspirazioni dei grandi club in termini ingegneristiche: le infrastrutture generano introiti puliti e risultano virtuosi sul medio-lungo periodo. Ernesto Paolillo aveva evidenziato come decurtando del 20% gli stipendi dei giocatori italiani nel famoso biennio 2009-11, i club avrebbero chiuso con una perdita trascurabile, immediatamente vicina allo zero. Le infrastrutture, se costruite in prossimità dello stadio, creando così le “cittadelle sportive”, generano introiti utili ai fini del Fair Play Finanziario.

Ripianare ogni debito, oculatezza e reinvestire: questi sono i 3 cardini, permeati dal vincolo del break-even rule, del principio di sostenibilità del calcio voluti dall’UEFA.

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La regola del triennio non sbaglia mai

Il pareggio di bilancio è utopia? No, con la regola del triennio quella che finora era rimasta un’aleatoria convinzione prende vita. Saranno consentite perdite, sì, ma con cifre ben precise:

  • 2012-15: perdita consentita di 45 milioni di euro.
  • 2015-17: perdita consentita di 30 milioni di euro.
  • Dal 2018 le società dovranno giungere all’agognato pareggio di bilancio.

Vietata ogni operazione di leverage buy-out, di acquisto in debito, ogni forma di mecenatismo esente dal raggiungimento di un risultato sportivo e ogni declinazione di debito: il Fair Play Finanziario vuol salvare il calcio, in maniera pulita, ma chi ostracizza vuole davvero il bene del calcio?

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