AAA cercasi notizia fondata

Il 2016 vince il premio anno-bufala

A poche settimane dalla fine dell’anno, possiamo dire con certezza che il 2016 altro non è che l’anno delle bufale: rinfoderate le vostre forchette, non sto parlando di prodotti tipici napoletani. Mi riferisco al costante e rapido diffondersi di notizie false, che molto spesso dovrebbero risultare invisibili all’occhio umano. E invece no. L’occhio umano ne scruta le parole chiave, poste in pole position esattamente come il camioncino dei gelati davanti ad una scuola elementare, le assorbe e le getta nella rete senza pensare alle conseguenze di tale gesto. Già, perché nell’epoca dei social network l’utente medio non si preoccupa di verificare l’attendibilità di una notizia, poiché la sete di scoop oltremodo assurdi e così alternativi, è di gran lunga superiore all’informazione spogliata di qualsiasi menzogna.

Probabilmente l’utente medio, leggendo un articolo del genere, direbbe “I problemi sono altri!”. Sta parlando di quelli che legge in rete? Ebbene, ci ritroviamo al punto di partenza: quei problemi sono reali? Ha letto informazioni attendibili? Ci sono notizie che ne oscurano altre perché più succulente dal punto di vista mediatico? Per rispondere a questo quesito bisogna analizzare la diatriba nata in seguito ad uno degli eventi più mediatici dell’anno: le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America. L’inaspettata vittoria del candidato repubblicano Donald Trump ha reso centrale il dibattito sulla diffusione di notizie false in rete, quelle che non citano dati veri e propri, dichiarazioni vere o false, ma si tramutano in una narrazione: lo scopo è quello di insinuare un dubbio nella mente dell’utente. Si punta all’emotività, per suscitare rabbia e disaccordo. No alle riflessioni, sì alle emozioni. Un esempio? La notizia “Papa Francesco choc al mondo: appoggia Donald Trump alla presidenza.” è stata condivisa su Facebook ben 960mila volte. Agghiacciante, non trovate?

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Elaborazione Buzzsumo su dati Facebook – Image credit: IlSole24Ore

 

La figura che si occupa di scovare notizie false in rete è il fact checker: un eroe che si batte in nome dell’informazione, quella vera. Con circa 1,65 miliardi di utenti, Facebook è il social network più utilizzato al mondo: per questo motivo è la principale piattaforma presa in analisi dai paladini della verità online. Come possiamo, dunque, escludere da questo scenario il suo creatore? Mark Zuckerberg ha respinto le accuse che lo additavano come il responsabile della diffusione di misinformation, condizionando, primo fra tutti, l’esito delle votazioni in USA. Dopo aver messo le mani avanti, con dati non abbastanza concreti da difendere la propria creatura blu, Zuckerberg ha annunciato una strategia contro le notizie fake: creare algoritmi che segnalino le bufale e le rimuovano, semplificare la segnalazione dei contenuti falsi, migliorare la qualità degli articoli correlati e impedire ai siti di notizie false di usare il sistema per la pubblicità online di Facebook.

Secondo il New York Times,

«Aziende attive su Internet come Facebook e Google hanno buona parte della responsabilità per questa piaga, avendo reso possibile la condivisione delle notizie false con milioni di utenti quasi istantaneamente e senza la capacità di bloccarle».

Google ha promesso che inizierà a vietare che la pubblicità di Google sia usata su siti che alterano la verità dei fatti.

«Più in là vieteremo la pubblicità su pagine che falsificano, travisano o nascondono informazioni sull’editore e sullo scopo della pagina web».

Ma le notizie false sono come un virus che si propaga con una semplice stretta di mano, ed è sufficiente un retweet da parte di un personaggio famoso (vedi Piero Pelù sulle matite cancellabili), o una condivisione da parte di una pagina Facebook molto conosciuta (vedi pagina di Matteo Salvini), per dare il via al circolo vizioso. Ed una catena del genere può essere fermata solo ed esclusivamente da chi ne fa parte. La priorità è educare gli utenti a leggere, capire, confrontare e controllare.  E nel 2016 questa priorità non andrebbe neanche spiegata.

Chiara Manetti

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